IL SALONE DEL LIBRO DI TORINO

IL SALONE DEL LIBRO DI TORINO

E arriva finalmente il sospirato appuntamento di Torino: tanto ne aveva sentito parlare Alice, del Salone, che adesso non vede l’ora di partire.

Purtroppo, molte illusioni crollarono già all’arrivo in hotel, un alberghetto lontano dal centro quanto relativamente vicino alla fiera. Tant’è, al Salone i libri ci sono davvero (non è come a Francoforte dove si vendono solo i diritti) e la sede del Lingotto è proprio bella. Dopo una visita alla pista di collaudo sul tetto e ai corridoi dell’edificio già sede della fiat, Alice fin dalla prima sera fece la (s)gradita conoscenza di un ristorantino-bettola notissimo agli editori in cui, come in una cerimonia rituale, «Si deve assolutamente tornare tutti gli anni».

La tenutaria del locale – come di altri senz’altro in gioventù –, durante i cinque giorni dedicati ai libri, riesce sempre a riempire i suoi ambienti da vecchia trattoria di quartiere, presumibilmente vuoti nei restanti undici mesi e venticinque giorni dell’anno. La geniale signora, infatti, si rifà con grande margine del prezzo delle foto incorniciate al muro (con lei in tutte le pose accanto ai maggiori autori, editori, giornalisti del mondo) con poche ma buone serate di intenso lavoro a maggio – i commercianti e gli agenti della fiera del mobile mica si fanno fregare così (ma poi, che foto appenderebbe in quel caso?).

Del cibo che rifila neanche parleremo.

Meno male che la cena con Gore Vidal era prevista al Meridien. Lì ci sono tutti, ma proprio tutti: c’è Baricco, Umberto Eco, la Mazzantini, Carofiglio senior, Carofiglio junior, Camilleri e addirittura Bruno Vespa. Al riparo delle immense vetrate che affacciano sul giardino interno dell’hotel, pieno di palmizi e piante esotiche, il bar per gli aperitivi in cui passano sempre di corsa i famigerati “tutti” salutandosi o facendo finta di non riconoscersi a seconda della pesca.

Quella sera, tra le case editrici rappresentate, la Fazi la fa da padrona: c’è l’autore di Trieste, cappello e cravatta rigorosamente fermi agli anni Trenta, intento a sedurre la caporedattrice cinquantenne con una minestrina in brodo e un bicchiere di acqua liscia, c’è Vandana Shiva, «Torniamo alla terra» e red bindi sulla fronte, che sorseggia un drink con un’amica dietro l’intimità di un paravento. E, soprattutto, c’è Vidal.

Appena atterrato da Los Angeles e ancora nella hall, big Gore era stato omaggiato da una serie di estimatori nonché attenti esegeti delle sue caustiche battute al vetriolo: Antonio Gnoli, Masolino D’Amico, Alberto Arbasino, tutti si erano avvicinati per salutare il grande vecchio ormai in carrozzina (e perciò necessitato di un aiuto) ma pur sempre un’auctoritas in campo intellettuale.

Poi, la cena: dopo le presentazioni di rito (con Alice e altri invitati della casa editrice), di fronte a una pasta con piselli, panna e vongole per l’editore e un consommé di pollo per lo scrittore, mentre Fazi inizia a illustrare il progetto del suo nuovo libro su Keats, Vidal si addormenta, per la stanchezza del viaggio forse, il jet lag, chissà…

È qui che i commensali rimasti svegli iniziano a parlottare di un’eventuale puntata ai Murazzi per la festa più attesa dell’anno. Ed è qui che il ragazzo arrivato insieme a Vidal decide di accelerare la procedura di annottamento portando a letto l’esausto romanziere. Ma… un po’ troppo veloce nel corridoio, con la carrozzina che si impunta sul tappeto, ecco la frittata.

Gore è a terra, confuso, tra i primi soccorsi improvvisati in attesa dell’ambulanza e un capannello di giornalisti immediatamente riunitisi per l’occasione. Anche Fazi è lì, preoccupato ma anche già “nella parte” di fronte alla piccola folla di curiosi e addetti ai lavori ferma nello spazio antistante l’ascensore. Resta accanto a Vidal cercando di farlo parlare, sondando così la gravità dell’accaduto.

Ancora sulla moquette, Gore scherza a proposito di tre suoi amici, tutti coetanei, tutti morti recentemente in circostanze ridicole (corsa, caduta, tennis): nonostante lo scombussolamento e qualche graffio, sta benone (il sense of humour è intatto) e ora vorrebbe solo andare a riposare allontanandosi dalla morbosa attenzione della gente. Nel frattempo però è arrivata l’ambulanza.

Stetoscopio, pressione, martelletto: dopo i controlli di rito e la prognosi sciolta con due giorni di riposo, la portantina è costretta a riempire la scheda e, non riconoscendo il paziente (non sa neanche chi sia), chiede all’apparente mite vecchietto di recitarle, per favore, le generalità.

«Nome?».

«Gore».

«Come?».

«Gore».

«Gole?».

«Gore, gore vidal!».

«Al?».

«vidal».

«Viral??!…».

Abituato alle assicurazioni usa, Vidal è preoccupato, oltre che infastidito dalle sciocche domande della donna, non intendendo in nessun modo firmare moduli o carte strane per la asl di zona; per fortuna c’è Fazi, fiero di poter intervenire uscendo allo scoperto e svelando finalmente l’identità del suo più grande autore agli infermieri nonché ai presenti accorsi.

Ma ora forse bisognerebbe fare un passo indietro: Quando si erano conosciuti i due? Erano amici? E soprattutto, perché Vidal pubblicava con Fazi?

Decenni dopo dunque, Gore Vidal ricevette quello stesso ragazzo (solo un po’ cresciuto) nella sua villa di Ravello, dimora a picco sul mare con oltre 700 mq di giardino, alberi secolari e piscina, nel cuore della già scenografica costiera amalfitana. L’ormai Publisher a pieno titolo (i capelli ancora perfettamente corvini, i denti splendenti col riflesso) vi si era recato ardimentoso, come e più che in gioventù, per proporgli di passare con lui e pubblicare con Fazi. Grazie all’inglese appreso a Manchester e poi a Londra, fluente al punto tale che anche un madrelingua gli stava dietro a fatica (al di là di qualche problema con gli accenti, che però ha anche in italiano), Elido era riuscito a conquistare l’esigente scrittore convincendolo a debuttare (e in seguito perseverare) con il suo giovane marchio.

Per provarne popolarità ed efficacia, negli anni, riuscì anche a far vincere a Gore diversi fra premi e premietti: con quel nobile escamotage – compiacenti non pochi assessori e amici – aveva intrattenuto lo scrittore facendolo girare come una trottola su e giù per i borghi del Belpaese.

Con il pretesto di fargli conoscere nuove regioni d’Italia, Elido a volte aveva accettato l’invito anche da parte di oscuri figuri, dalla Valle d’Aosta alla Basilicata: ogni volta che la città organizzatrice della manifestazione già dal nome poteva suonare improbabile, l’ufficio stampa e l’editore in persona ricorrevano a racconti di mitologia minore, tratti da scritti rari conservati in biblioteche locali, per cercare di convincere Vidal, con la scusa del luogo ameno e ancora da scoprire o della natura circostante imperdibile. Quando gli andava bene, si ritrovavano tutti sotto un capannone di teflon con luci al neon montate di fretta a bere del vino cattivo all’umido della tensostruttura, sempre in zone distaccate rispetto alla cittadina di riferimento, a sua volta mediocre o al massimo insignificante. Davanti a un pubblico di età media settanta e premi spesso inguardabili, fusi nelle fogge più strane, Vidal, già imparentato con i Kennedy, amico di Greta Garbo, intimo di Paul Newman, villa a Bel Air strafrequentata, esplodeva puntualmente in scene da far accapponare la pelle con Fazi costretto ogni volta a fare buon viso a cattivo gioco.

Ogni tanto, però, il premio poteva essere più consistente, con una somma in denaro e lo scorcio d’Italia davvero unico. Anche in quei casi tuttavia Gore aveva sempre da ridire e una volta addirittura se ne era andato a premiazione iniziata, offeso per l’attesa prolungata cui lo avevano sottoposto tra lungaggini per i discorsi ufficiali ed esibizioni di ospiti illustri. A Elido, che lo aveva ritrovato al bar, indignato, aveva vomitato a mezza bocca: «La prossima volta, se devo venire fin qui e sorbirmi Carmelo Bene, invece di diecimila ne voglio ventimila di euro». Questo episodio, d’altronde, si sommava a quello che ancora bruciava al Publisher col cameriere di un paesino premiante che, di fronte alla richiesta di uno scotch da parte di un annoiato Gore, dopo un tempo infinito d’attesa si era ripresentato con un rotolo di nastro adesivo servito su un vassoio d’argento.

La provincia italiana insomma non piaceva al pluripremiato co-sceneggiatore di Ben-Hur, cameo in una puntata dei Simpson; eppure, nonostante gli episodi spiacevoli, Fazi e Vidal continuavano a sentirsi spesso facendosi gli auguri a Natale e pure al compleanno. Dopo tanti viaggi, feste, cene e libri insieme – persino un pamphlet sull’11 settembre che Elido ebbe la prontezza di chiedergli ad appena due giorni dall’attentato alle torri – nonché battute, capricci e richieste bizzarre da parte di Vidal, ora erano quasi amici e al Meridien, dopo la caduta, il grande scrittore volle proprio il suo editore italiano al capezzale improvvisato nella suite 301 al terzo piano oltre, naturalmente, a un bel bicchiere di whisky col ghiaccio.

(brano tratto dal quarto capitolo di Publisher)